lunedì 23 marzo 2015

Giro d'Italia Letterario, ad Urbino con Alessio Torino e "Urbino, Nebraska"

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L' INIZIATIVA
Una delle ultime tappe del Giro d'Italia Letterario, un po' più sofferta delle altre  ..in gergo ciclistico per le ...impervie salite di... letture diverse ma appassionanti allo stesso tempo. 
LE MOTIVAZIONI...
...il  traguardo per questo appuntamento  è stato raggiunto
Urbino.jpg
 Urbino,  una città situata a circa 450 metri sul livello del mare situata nella regione delle Marche dove ci sono alcuni dei principali monumenti della regione marchigiana
Nel XV° secolo, sotto i Montefeltro ( nobili della città, della dinastia dei conti di Carpegna) raggiunse il suo massimo splendore. Artisti giunti da ogni parte d'Italia si misero ad operare con grande impegno e talento fecero di Urbino importante centro dell'umanesimo.
Il centro storico è la parte più caratteristica con le  mura che la circondano, il complesso del palazzo ducale residenza dei duchi di Urbino
uno dei più importanti e meravigliosi interventi dell'edilizia architettonica e  urbanistica del rinascimento italiano. Si può godere anche del  panorama verdeggiante passeggiando lungo la via delle mura specialmente al tramonto. A Urbino comunque molti gli scorci pittoreschi ad ogni angolo perdendosi tra i vicoli del centro storico
In viaggio verso le Marche  con Alessio Torino ed il suo “Urbino, Nebraska”.

“ Quando penso al rapporto tra autore, libro e lettore mi viene in mente una frase di Snoopy: non c’è niente di più noioso dei sogni degli altridice Alessio Torino- perché quando una persona scrive molto spesso cerca di farlo raccontando i propri sogni, senza pensare che in realtà agli altri non interessano”.



Scrivere "deve essere un mezzo per  comunicare qualcosa al lettore e trovare il proprio stile.Ognuno di noi ha un X-factor – ha aggiunto Torino bisogna saperlo riconoscere".



Alessio Torino sa scrivere molto bene, ed  un'intervista  di  

 - Nei ringraziamenti di Urbino, Nebraska citi Paolo Volponi, senza il quale questo libro, forse, non ci sarebbe stato. Quali sono stati gli altri riferimenti letterari per il romanzo?

"Mentre scrivevo ho pensato spesso ai romanzi cavallereschi, non a uno in particolare, ma al romanzo cavalleresco come genere. Credo sia un tipo di narrazione molto contemporaneo. Quando si dice che Jennifer Egan ha inventato un genere con Il tempo è un bastardo si dice una cosa vera solo in parte. Perché in fondo anche il romanzo di Jennifer Egan è un romanzo cavalleresco, con una moltitudine di personaggi diversi che incrociano le loro vite. Che uno si chiami Rinaldo o Tommy, cambia qualcosa? C’è una scena in Versioni di me di Dana Spiotta – sto citando tutti titoli pubblicati in Italia dalla stessa casa editrice che ha pubblicato Urbino, Nebraska, ma penso che sopravviveremo alla mia poca eleganza –  che mi ha fatto capire fino a che punto fosse vero. È quando la coppia di protagonisti – la donna che racconta la storia e il fratello, il rocker immaginario – va a trovare un musicista in fin di vita. Questo qua sta malissimo, ma sentendo lo stereo continua per abitudine a muovere su e giù il braccio come se suonasse una chitarra. Quel gesto lì del braccio mi ha fatto pensare che lui sarebbe potuto essere lo stesso musicista fallito che ne Il tempo è un bastardo sbatte sulla scrivania di lusso dell’ex amico discografico una carpa schifosa dopo averla pescata nell’Hudson. Sostituendo elmi e spade con cappellini e chitarre, il risultato è lo stesso: siamo in un genere aperto, dove personaggi secondari di una scena diventano personaggi principali in un’altra, un genere così aperto che i personaggi potrebbero quasi saltare da romanzo a romanzo – nei poemi cavallereschi del Quattro-Cinquecento, questo succedeva davvero, e infatti l’Orlando furioso nasceva come gionta all’Orlando Innamorato, in un certo senso non iniziava. Il problema di queste narrazioni è che poi è difficile chiuderle, cioè mettere il punto alla fine. La natura stessa di questi incroci di storie rifiuta la fine. C’è sempre, nell’ombra, un personaggio minore che vorrebbe prendersi il suo spicchio di vita. E noi, come possiamo non darglielo? Poi però ci sono anche i risvolti pratici. La redazione mi ha dovuto gentilmente strappare dalle mani l’ultimo giro di bozze. Però non era colpa mia, ma del genere!"

 LA TRAMA

Un giorno del 1987, tra le mura di Urbino, succede una disgrazia. Due ragazze, due sorelle, Ester e Bianca, vengono trovate morte su una panchina di un parco pubblico, con l’ago nella vena. Dieci anni dopo, venti anni dopo, oggi, Ester e Bianca vivono ancora nelle storie di tante persone comuni. Una studentessa universitaria vorrebbe confortare la loro anziana madre malandata. Alcuni giovani musicisti sembrano ispirarsi alla loro collezione di dischi. Uno scrittore fallito decide di raccontare le sue frustrazioni in un romanzo. Inoltre sopravvivono gli oggetti che lasciano intravedere frammenti dei poco chiari anni Ottanta / Novanta/ primo decennio del 2000, tra droga, gloria e intransigenza – una foto sulla mensola di una cucina, un pezzo rock, un ritaglio della cronaca nera del Resto del Carlino, l’anello scambiato dalle due sorelle per l’ultima dose di eroina.
Composto da quattro brani legati dal filo rosso della storia di Ester e Bianca, il romanzo di Alessio Torino racconta un luogo fisico, Urbino, che diventa, a poco a poco, luogo universale del cuore. (notizie dal risvolto)

DISCUSSIONE

Due ragazze morte di droga, un fatto enorme che nella finzione segna indelebilmente la storia recente della comunità cittadina. Ecco, questo è forse secondo me il punto debole del libro. L’intento avvolgente non sembra compiuto fino in fondo: manca equilibrio tra le quattro storie, e il quadro d’insieme leggermente forzato. Forse le vicende narrate avrebbero potuto prendere strade differenti, parti di racconti indipendenti o di altrettanti romanzi?
Ma questa è solo la mia impressione.
Sono andata alla ricerca del perché di questo titolo: esso evoca chiaramente quello del capolavoro dello scrittore americano Sherwood Anderson, Winesburg, Ohio. Lì, in effetti, ci si trovava di fronte a molti racconti brevi o brevissimi che riguardavano gli abitanti di questa cittadina immaginaria del Midwest, senza una vera trama a fare da collante.

NOTIZIE SULL'AUTORE AMERICANO

Non dei semplici racconti, ma la «pietra miliare» dei racconti americani: il grandissimo Sherwood Anderson è tornato il libreria con la raccolta Winesburg, Ohio, ripubblicata nel 2011 da Einaudi (pagg. XII-234, euro 20). Finalmente, dopo anni di oblio, uno dei libri più importanti della storia della letteratura statunitense. Un testo che, per la prima volta, ha rivelato agli americani le doppie vite degli abitanti dei piccoli paesi di provincia, le loro aspirazioni, i loro sogni. Il suo autore è oggi meno noto in Italia di altri eccellenti come Fitzgerald o Hemingway, ma ha grande credito fra chi di mestiere fa lo scrittore, credito meritato. Di Anderson c' è ancora molto da leggere e molto da scoprire, come i suoi bellissimi scritti autobiografici inediti in Italia.


Anderson, nato a Camden, Ohio, nel 1876, si realizzò come scrittore entrando nel circolo di Carl Sandburg e Theodore Dreiser (altri due grandi dimenticati) mantenendosi lavorando in un' agenzia di pubblicità. Una «scuola» che molto influirà sulla sua scrittura semplice, diretta e incisiva. Ebbe una vita più agitata che agiata: un' adolescenza poverissima trascorsa come vagabondo per le strade dell' Ohio sino a ritrovarsi a Cuba; combatté nella guerra ispano-americana, per poi raggiungere il successo e isolarsi a Panama dove morì nel 1941. Morì soffocato mangiando un panino al prosciutto a cui aveva dimenticato di togliere uno stuzzicadenti.



Il suo capolavoro è dunque Winesburg, Ohio, via di mezzo fra raccolta di racconti e romanzo, tanto che spesso prevale quest' ultima definizione. A dare unità alle ventidue narrazioni è la figura di George Willard, giovane cronista che osserva la vita del proprio paese e diventa, col procedere dei racconti, sempre più cosciente e lucido sul vicolo cieco in cui molte vite dei suoi concittadini sono destinate a perdersi. Non grandi catastrofi, ma il male di vivere cresce anche nella quotidianità. Non è gente povera, non ha subito incendi, inondazioni, carestie, non vive sciagure universali, è solo infelice perché intrappolata nella propria ragnatela psicologica, nel vivere una vita a metà.
Ma l'autore americano offre il senso del luogo, la coralità, la capacità di saper «fotografare» un paese qualunque della provincia americana a inizio secolo. Anche se oggi le sue «rivelazioni» possono sembrare innocenti, Anderson ha svelato all' America il suo volto nascosto, descrivendone i turbamenti e immortalandone - per usare le parole di Moravia, un fan del libro - «la trasformazione da paese agricolo e patriarcale a nazione moderna e industriale».


...LEGAMI CON URBIN0, NEBRASKA??? 
 

Il libro di Alessio Torino è diverso. Il primo frammento, Zena Mancini (2010), è una specie di novella che occupa più della metà dell’intero libro, l’ultimo, La rotta (2012), poco più di una dozzina di pagine. Potrei forse affermare che Urbino, Nebraska si colloca a metà tra un vero romanzo e Winesburg, Ohio. E forse è più che legittimo.
D'altronde molte le ragioni per leggere un libro del genere: la principale l'ho trovata nel talento di Torino, che dimostra di saper muoversi tra le parole e le molte conoscenze, così Urbino, Nebraska è un romanzo che credo possa camminare molto e per parecchie vie.


LO STILE

... si divide in 4 parti, separate tra loro eppure unite da rimandi temporali, nomi e consuetudini. In ogni racconto ho notato delle differenze di stile e ritmo, pur se minime.
Nel primo brano, Zena Mancini, la protagonista è una giovane universitaria, vive alla periferia di Urbino con la sua normale e presente famiglia, in cui trova comprensione e protezione. Zena è in cerca della sua strada, mentre trascorre le sue lunghe giornate all’università e in giro per Urbino coi luoghi e le vie nominati come se fossero parti della scrittura, come se fossero i silenziosi testimoni della sua crescita e della sua maturazione: 
 
“(...) lei si sente una studentessa perché Urbino le dà un gran senso di libertà, come se ci abitasse da originaria di qualche altro posto”.